Il gabbiano

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Lei era sul balcone dell’albergo.
Davanti il porto e la grande baia, mare circondato dalla terra. Dicevano che nei giorni limpidi si poteva vedere Venezia da lì. Lei scrutò l’orizzonte in cerca di segni o delle torri del petrolchimico. Troppo distanti.
Improvvisamente si voltò.
Un gabbiano stava planando verso di lei, superandola.
Entrambi lo guardarono, le ali spalancate a sfruttare la singola brezza di aria per mantenersi in quota senza fatica, le piume spostate millimetricamente per cambiare direzione o scendere verso il mare.
“Sono uno spettacolo magnifico” disse lei. “Mi ha sempre affascinato la loro capacità di volare.”
“E’ vero” rispose lui. “Sono creature perfette per il volo, cavalcano il vento e le correnti con una tale sicurezza che gli altri uccelli sembrano impacciati.”
Le indicò un piccione che sbatteva disperatamente le ali per cambiare quota.
“Guarda che differenza” disse.

Intanto come se fossero consapevoli che un piccolo pubblico li osservava, alcuni altri gabbiani cominciarono a volteggiare davanti a loro, a volte planando, a volte compiendo vere e proprie acrobazie.

Stetterò alcuni minuti assorti a guardarli.
Lui pensò che forse uno di quei gabbiani si chiamava Jonathan, tanto volava bene, ma poi scosse la testa. Quel gabbiano volava dentro un libro e nella mente di milioni di persone, liberandole.

Lei entrò, prese la macchina fotografica e cominciò a fotografare.
Lui la osservò attentamente.
C’era qualcosa che gli sembrava famigliare, un deja-vu.
Lei iniziò a fotografare i gabbiani in volo, commentando le acrobazie, ridendo e meravigliandosi per la perfezione e la perizia con cui si libravano. Intanto lo chiamava, gli indicava questo o quell’uccello, questa o quella manovra. Gli spiegava come riuscivano a virare in così poco spazio, come rallentavano piegando le ali o andavano più veloci ritraendole.
Lei rideva, felice, scattando mille foto.
Lui capì allora.
Era un altro sesto acuto. Un altro momento perfetto.

La guardò e sentì un ondata dentro. Sapeva di amarla, l’aveva sempre saputo, già dal momento che si erano incontrati, già dal primo sguardo, anche se il sentimento era cambiato, aumentato, trasformato. Una sensazione stupenda che non provava da tempo.
Ciò che non sapeva era che ormai lei era dentro di sé, fissa nel suo cuore e stava aprendo la porta della sua anima. L’avrebbe sempre vista così, come su quel balcone, dentro quell’ondata d’amore che sembrava non finire.

La guardò, l’abbracciò, la baciò.
Poi, come l’altra volta, le parole uscirono direttamente dal cuore.
“Tu sei la mia libertà, sei il volo di quel gabbiano, sei l’anima con cui voglio volare, con cui voglio condividere anche la brezza più leggera o la tormenta più forte. Sei tu, sei proprio tu.”

Le prese la mano e entrarono in camera.
Le slacciò l’accappatorio, sorrise.
Poi furono solo lenzuola stropicciate e amore.

Lui parlava di cose molto semplici. Diceva che è giusto che un gabbiano voli, essendo nato per la libertà, e che è suo dovere lasciar perdere e scavalcare tutto ciò che intralcia, che si oppone alla sua libertà, vuoi superstizioni, vuoi antiche abitudini, vuoi qualsiasi altra forma di schiavitù.
Sorse una voce dalla moltitudine: “Scavalcare anche la Legge dello Stormo?”
“L’unica vera legge è quella che conduce alla libertà” disse Jonathan. “Altra legge non c’è.”
Richard Bach – Il gabbiano Jonathan Livingston

Le foto sono di Francesca

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