Che tu sia per me il coltello

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Uno dei libri che ho letto e riletto recentemente è “Che tu sia per me il coltello” di Grossman, la storia di una corrispondenza epistolare tra due persone, prima estranee, poi vicine. È molto bello, scritto con uno stile antico, aulico, adatto a una storia d’amore. Questo mi ha fatto pensare a come sarebbe bello scambiarsi delle lettere, o scriverne secondo il vecchio stile, senza la secchezza delle parole attuali.
Ed ecco qua.

Tesoro mio,
voglio scriverti questa lettera, a mano, su carta, come si faceva quando tutto era più lento, per iniziare una corrispondenza, un dialogo con te che trascenda la normale quotidianità.
Voglio che carta e penna, con i loro tempi e le frasi giuste, ci consentano di esprimerci e di conoscere quella parte di noi stessi che talvolta fa fatica ad uscire quando siamo insieme.
Non ti preoccupare, tesoro, tutto sta andando bene tra di noi, in maniera naturale, solo c’è un naturale pudore che blocca la strada verso la nostra anima più profonda. Anche se sento che la porta dentro di me si sta aprendo sempre di più, ormai le barriere stanno cadendo, lentamente, una ad una e lo scintillio dell’anima si mostra in tutto il suo splendore. Brilla, di luce propria, per illuminarci.

Comincio con il dirti che da quando ci siamo incontrati mi sento vivo, sono vivo, in questo eterno turbinare di attimi e di momenti che non riesco ad ordinare, a mettere sul piano dove dovrebbero stare. Per alcuni di essi mi è difficile mettere da parte le emozioni che rappresentano, sicuramente avrai capito a cosa mi riferisco, perché mi pervadono fino al midollo. Mi riempiono e completano, rendendomi multicolore, da grigio che ero.
Per gli altri momenti, la maggior parte, mi trascino nel flusso costante delle nostre esistenze, fatte di marciapiedi, angoli, piatti e sedie, visi e colori. Dove comanda il pensiero, costantemente diviso in due: da una parte gesti, azioni e ripetizioni.
Dall’altra ricordi, desideri, attesa.
Non che mi dispiaccia, anzi cerco di crearmi il turbine attorno e mi ci abbandono, sperando sempre che mi porti qualcosa di te, non so bene sotto che forma. Ti sembrerà banale o scontato, ma cerco nelle piccole cose un segno, scopro nei dettagli di oggetti intorno a me forme, tessuti e colori vicine. Ogni volta che faccio una scoperta simile sorrido e mi sento libero e sereno. Soprattutto, ogni volta mi scopro nuovo, meravigliandomi di come riesca a sentire di nuovo le cose dopo un periodo buio dove pensavo che regnasse solo disillusione.
E’ un risveglio questo, che ho sempre cercato e voluto, solo non avevo trovato il giusto equilibrio per averlo, la giusta condivisione che mi tirasse fuori dal limbo. Questa condivisione, sotto forma di occhi profondi e pelle setosa è arrivata, finalmente. Acqua fresca per il cuore, una fonte dove dissetarsi per continuare il cammino, energia per poter desiderare e rinascere. Sei tu quella fonte, siamo noi l’acqua che la riempie. Beviamo quindi, perché in questo modo l’acqua si rigenera, la fonte cresce dentro di noi e si purifica sempre di più.
Tu sei anche il coltello che mi libera dall’involucro che mi sono creato per scendere a patti con il vissuto e con le ferite inferte da altri. Credo, ne sono convinto e felice, di esserlo anche per te. E’ come se ci liberassimo di questi bozzoli, di questi nidi e ci accorgessimo che eravamo già vicini prima, senza poterci vedere perché impegnati a guardare in basso, sul sentiero, per non inciampare, per non cadere. Sincronicità, chiamala.
Forse è destino?
Mia Cara, termino con questi pensieri e con questa domanda il mio primo scritto, Ti mando un grosso abbraccio e un bacio, grazie per il tempo che dedicherai a questa lettura, te ne sarò grato.
Nel frattempo ci vedremo nella vita normale per viverci ogni attimo, ogni sguardo e ogni carezza.
Oppure ti aspetto dove tutto è iniziato: su quella spiaggia, sotto quel gazebo.
Alla prossima lettera.

M.

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